Da anni Nuovo Senso Civico si batte contro l'installazione di impianti nocivi per la salute e l'economia dei luoghi nei quali vengono imposti di prepotenza dall'alto, partendo da pozzi e raffinerie per giungere alle centrali a biomasse e biogas.
Abbiamo sempre motivato dettagliatamente e con argomentazioni scientifiche la nostra sacrosanta opposizione che ha raccolto sempre maggiori consensi nelle popolazioni interessate ma, ahimè, spesso ha trovato colpevolmente sorde le istituzioni ed autorità politiche ed amministrative che possono prendere le decisioni auspicate dai loro concittadini.
Fino a quando sarà così?
Fino a quando si persevererà nel grande imbroglio?
Per fortuna ogni giorno che passa le nostre tesi si fanno strada ovunque, in Italia ed in Europa, e l'intervento che pubblichiamo qui di seguito ne è un lampante e autorevolissimo esempio essendo stato scritto dal fondatore di "Slow Food" Carlo Petrini, una delle personalità italiane più apprezzate ed ascoltate nel mondo intero.
Servirà tutto questo ad allargare le menti di chi a livello locale può e deve prendere le decisioni giuste in difesa della propria comunità?
(...e intanto la Centrale a biogas di Villa Pasquini va avanti come una locomotiva nell'indifferenza delle istituzioni.)
Allarme mega-impianti di biogas: anche l'energia pulita può inquinare
09/05/2012 - Il rischio è la
speculazione sulla produzione per godere degli incentivi e risparmiare sulla
costruzione.
Il biogas, tra le fonti energetiche rinnovabili, sta cominciando a creare più
problemi che vantaggi. Soprattutto da quando è diventato la nuova gallina dalle
uova d’oro per l’agroindustria. La questione è spinosa, un’altra bella
opportunità si sta sprecando nel nome delle speculazioni permesse dalla legge e
incentivate con i soldi pubblici, i nostri.
In due anni gli impianti si sono triplicati, e supereranno i mille a fine
2012. Sfruttano liquami e sottoprodotti agricoli, o anche prodotti
appositamente coltivati, come il mais. Sono per lo più grandi, i più
insostenibili, fatti per vendere energia.
È in atto una vera e propria corsa al
biogas agricolo, giustificata dall’inseguimento dei cosiddetti “certificati
verdi”. Chi produce energia elettrica avrà diritto, se il suo impianto sarà
messo a cantiere entro la fine del 2012 (nel 2013 si cambierà un poco), a
vedersi riconosciuto un prezzo di 0,28 centesimi al kilowatt contro gli 0,07
del prezzo di mercato. Così i cittadini pagano due volte l’elettricità. Un
impianto da 1 megawatt (il massimo ammissibile per ottenere i certificati
verdi) è un investimento di circa 4 milioni di euro ammortizzabile in 3 o 4
anni, che poi darà una rendita netta di un milione di euro all’anno. Allettante
per chi fa sempre più fatica a guadagnare con l’agricoltura o l’allevamento. Il
nuovo decreto sulle rinnovabili, in vigore dal 2013, prevede tagli degli
incentivi alle forme di energia “verde” per «allinearli a quelli europei», ma
in realtà per il biogas non saranno consistenti, restando su una soglia
variabile ma sempre molto conveniente. C’è dunque da presumere che la corsa non
si fermerà dopo il 2012.
Chi viaggia attraverso Piemonte, Lombardia ed Emilia probabilmente avrà già
visto a margine di alcuni campi due grandi cupole affiancate, spesso colorate
di verde. Sono i “digestori” degli impianti, in cui s’immettono le biomasse
(liquami zootecnici, letame, sfalci agricoli, scarti di produzione, ma anche
insilati e coltivazioni) affinché siano trasformate dai batteri. Questi
rilasciano metano, il quale serve a generare energia elettrica con un motore
(che produce anche calore), e intanto avanzano un “digestato” che può essere
utilizzato come ammendante o concime nei campi. In teoria il ciclo è perfetto:
si usano scarti per produrre energia che può servire all’azienda stessa ed
essere venduta se in eccedenza. E ciò che avanza si può ancora utilizzare.
Sarebbe ottimo se l’impianto fosse piccolo, confinato all’interno del ciclo
produttivo aziendale, ma visti i prezzi che spunta l’energia è diventato molto
conveniente fare impianti grandi, da parte di consorzi (non sempre
riconducibili ad agricoltori), che hanno lo scopo principale di speculare sulla
sua produzione.
Per le singole aziende sarebbero sufficienti impianti da 20 o 50 kw ma gli
impianti più grandi, dai 250 kw in su, si stanno diffondendo a macchia d’olio,
non più soltanto al Nord. Le procedure per l’autorizzazione sono semplificate,
seguono un iter molto veloce che i cittadini apprendono quando è già stato
approvato dalla conferenza dei servizi. Non gli rimane poi tanto tempo per far
valere le proprie ragioni. Ma perché opporsi?
L’assenza di norme più definite e restrittive e la discrezionalità delle
Regioni non abbastanza sfruttata, fanno sì che si autorizzino impianti a fini
speculativi, costruiti troppo vicini alle abitazioni o in siti sbagliati, che
pongono seri problemi di sostenibilità e mettono in discussione la buona
produzione agricola.
Gli impianti sono rumorosi, maleodoranti e alcuni studi cominciano ad
evidenziare come non siano privi di emissioni nocive. Averli a pochi metri da
casa può diventare un incubo. Poi c’è il problema della sostenibilità: questi
grandi impianti incentivano i trasporti di “materia prima” da digerire con
relative emissioni e traffico.
C’è un forte impatto sul paesaggio e sul consumo
di suolo agricolo per quanto ne occupa l’impianto stesso, ma più di tutto
perché il problema di dover produrre energia per venderla e ammortizzare i
costi di costruzione induce gli agricoltori a coltivare cibo per metterlo
direttamente nei digestori. Questa forse è la cosa più grave di tutte. I grandi
impianti prevedono un utilizzo di un 75% di liquami e di un 25% di materia solida
per funzionare in maniera accettabile, per fare soldi. Il mais rende tantissimo
come solido e la tentazione di sforare la quota del 25% è forte: già oggi ci
sono impianti che consumano in prevalenza mais. È sbagliato da un punto di
vista etico, ma anche ecologico. Un mais che non si mangia può ricorrere a un
uso dissennato di chimica, fertilizzanti e antiparassitari, inquina e mina la
fertilità, consuma uno sproposito d’acqua. Per 1 megawatt si devono sacrificare
almeno 300 ettari. Non è difficile immaginare che così si finirà con il
compromettere l’agricoltura, non solo di qualità.
E stanno venendo fuori nuovi problemi. Pare che in Germania, leader in
Europa per il biogas, affiorino delle perplessità. C’è anche chi ha ipotizzato
che le contaminazioni da e.coli che hanno paralizzato il mercato
dell’ortofrutta continentale l’anno scorso fossero state causate dalla
diffusione di digestati da biogas non proprio “puliti”. Se gli scarti non
rimangono nelle aziende e cominciano a viaggiare, controllarli diventa molto
difficile. Per ora nessuno ha smentito queste tesi, ma basti dire che la
Svezia, altro Paese all’avanguardia da anni, obbliga a pastorizzare i liquami
in ingresso e i concimi in uscita dalle aziende per evitare contaminazioni.
Forse non è nemmeno un caso che la Regione Emilia Romagna nelle sue linee guida
abbia vietato gli impianti a biogas nei territori dove si produce il Parmigiano
Reggiano. È un pericolo che andrà approfondito, ma non osiamo pensare cosa
potrebbe succedere se s’inizieranno – come alcuni detrattori prevedono – a
utilizzare senza controlli i rifiuti urbani umidi.
Oggi in Italia ci sono tantissimi comitati locali che si oppongono al
biogas, o almeno lo chiedono fatto in maniera ragionata. Un fenomeno
importante: si stanno riunendo in coordinamenti regionali e ne sta nascendo
anche uno nazionale. Pretendono nuove regole, certe e più restrittive;
incentivi soltanto laddove il biogas rappresenta una vera energia pulita che
utilizza scarti veri (non cibo o rifiuti urbani); lo vogliono lontano dalle
zone residenziali e fatto senza compromettere un’agricoltura che, occorre
ricordarlo, prima di tutto serve a vendere cibo e non energia.
Di Carlo Petrini, da La Repubblica del 9 maggio 2012